La scelta del nickname
Una delle cose che suscita da sempre in me molta curiosità è la scelta del nickname. Nelle mie chattate passate una delle mie domande preferite era sempre "perchè hai scelto quel nick?" perchè, al di là di quanto uno ce l’ha lungo o largo e di quanto è brava e bella Madonna, in molti casi dice qualcosa in più della persona con la quale si sta interagendo.
Si può presto scoprire se è un movie addicted, se impazzisce per la musica e in particolare quale genere, se è un assiduo lettore di libri e così via spostando l’attenzione su un argomento comune che vada al di là delle solite quattro parole in croce.
Detto ciò, posso spostare l’attenzione su altro.
Quando mi capita di fare un giretto sui sitacci di profili per noi gente felice in cerca di ammore, rimango sempre inorridito nel vedere foto di ragazzi che, nonostante i miracoli di Fotosciòpp o le pose da modello Abercrombie & Fitch, sono palesemente dei cessi con le rotelle che si fanno accompagnare da un il nick a scelta vincolata tra le varianti BoyFigo, BellissimoBoy, BonoBoy e simili. Non mi fate mettere i link che vojo stà tranquillo.
Il mio non è razzismo, è semplice oggettività. Che ci vuole a vedersi ad uno specchio e fare un briciolo di autocritica? Vorrei tanto essere nella loro testa quando scelgono un nick simile.
O, per cambiare target, nella testa di quelle persone che prima di uscire si danno un’occhiata allo specchio e dicono “si, oggi sono vestito così bene che mi tromberei da solo” e poi li ritrovi per strada a fare a gara con Ronald McDonald.
Ah, visto che siamo in argomento gayo vorrei dare una brutta notizia al lettore che cerca "cazzi lunghi un metro". Mi spiace, li abbiamo terminati. Provi a ripassare tra una settimana o dieci giorni. Sa com’è, dopo la Pasqua stiamo facendo un pò di inventario.
Chi coglie il perchè della scelta della foto, vince un bacio in bocca. Con un pò di lingua, và.
Sagi Rei: Emotional songs vol. 2
In genere ciascun post ha una vita abbastanza breve. Quando viene sostituito da uno nuovo, il vecchio perde interesse. Il recente attira nuovi commenti lasciando il vecchio in secondo piano. Poi, con il passare del tempo, finisce nel dimenticatoio e chi si è visto si è visto.
Una cosa strana sta succedendo per il post "Sagi Rei - il mio nuovo mito personale", dove a distanza di mesi, ogni tanto ritrovo nuovi commenti così come mi arrivano email per avere notizie su di lui, sui testi ormai perduti delle canzoni che canta o ogni altro tipo di news.
Per chi ancora non lo conoscesse Sagi Reitan nasce a Tel Aviv da genitori musicisti. Ben presto abbandona la sua città natale per le capitali europee per confrontarsi con nuove realtà e, nel contempo, migliorarsi musicalmente. Nella metà degli ’90 arriva in Italia dove comincia a frequentare senza successo la facoltà di medicina all’Università di Brescia e, contemporaneamente, comincia ad esibirsi prima in un coro gospel per poi affrontare la scena da solista esibendosi in molti locali del nord Italia.
Ed è in una di queste serate che Sagi viene notato da Cristian Piccinelli, produttore a livello internazionale, che lo presenta a Fargetta, ai proprietari dell’etichetta “Melodic” Diego Abaribi e Mauro Marcoli e a Max Moroldo della “Do It Yourself”.
Ed è grazie a loro nasce l’idea di unire l’anima dance a quella pop con soli strumenti acustici e voce: nasce nel 2006 “Emotional Songs”, 12 cover di brani che hanno fatto la storia della dance anni 90. L’album, a mio avviso bellissimo, viene accolto molto bene e, dopo poco, pubblicato in 15 paesi.
Ora ci riprova con “Emotional Songs vol.
La tracklist
1. CRYSTAL WATERS - Gipsy Woman (She’s Homeless)
2. TINA CHARLES - I Love To Love
3. JOE SMOOTH - Promised Land
4. EVERYTHING BUT THE GIRL – Missing
5. BOBBY BROWN - Two Can Play That Game
6. ALCAZAR - Crying At The Discoteque
7. LIVIN’ JOY - Don’t Stop Movin’
8. SUPERMEN LOVERS – Starlight
9. MOLOKO - Sing It Back
10. DEAD OR ALIVE - You Spin Me Round (Like A Record)
11. BOYS TOWN GANG - Can’t Take My Eyes Off You
12. MODJO – Lady
13. ACE OF BASE - All That She Wants
14.
Su MySpace trovate il suo sito ufficiale dal quale è possibile ascoltare in streaming quattro tracce. Perché se prima non si era nessuno se non si aveva un sito o un blog, oggi non sei nessuno se non hai MySpace.
D’altra parte Mika insegna che la ricetta per avere successo è semplice: Un pezzettino di spazio sul web, una massiccia dose di talento e una grande botta in culo ben assestata. Quindi, in linea di principio, tutti possono avere successo.
Manco Dante fu così sfigato
On air from the train
Gli altri cinque presenti sono: una mamma, due marmocchie, nonno e nonna.
Bimba Pisciona: Mamma mi scappa la pipì!
Madre Snaturata: Tesoro fattela addosso, tanto hai il pannolino.
Ed io posso vomitare nello scompartimento? Tanto c’è qualcuno che verrà a pulire…
Moda uomo: la camicia avvitata
Da un paio di stagioni si è deciso che una nuova moda per l’uomo è la camicia avvitata.
E allora, se è una moda che va così forte, perché i negozianti non decidono di fare un bel carico di questo tipo di merce invece di continuare a mettere in vetrina manichini camiciati con avvitamento farlocco dovuto a due graffette nascoste dietro la schiena?
Roba che se uno fa notare che la camicia è leggermente diversa da quella in vetrina e che uno la cerca avvitata alla nascita senza dover andare in giro con le graffette dietro, hanno anche il coraggio di dire che “No, questo modello è proprio avvitato di suo! Le graffette non c’entrano niente!”.
Con commesse del genere poi non ci stupiamo se per strada ci troviamo gente vestita come un Barbapapà.
Altri misteri dell’universo femminile
E’ da un pò che mi chiedo come facciano le donne a sopportare il prurito da ricrescita del pelo dovuto alla ceretta.
Ragionando si potrebbe pensare che, come si sa, le donne hanno la soglia di dolore più elevata rispetto all’uomo. L’uomo, con un calcio ben assestato nelle palle, sbatte lungo lungo a terra. La donna può scodellare anche due gemelli e non fa una piega. Epidurale permettendo.
Però ho come il sentore che anche loro in quel paio di giorni critici di ricrescita vorrebbero rotolarsi su un tappeto di carta vetrata.
Beyoncè, Shakira e la crisi di identità
Credo che la ragione che fa da perno all’usanza della discografia americana di inserire il nome dell’artista all’interno del testo della canzone sia una semplice crisi di identità dell’artista. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui si debba urlare il proprio nome tra un ritornello e l’altro.
L’ultimo esempio è il duetto di quelle due Ringo Girls oliate di Beyoncè e Shakira dove a turno ansimano “Beyoncè Beyoncè” e “Shakira Shakira”.
Che poi Shakira è pure recidiva. Se non erro in “Hips don’t lie” si fa urlare in bocca il nome da Wyclef Jean. E mi sembra che pure Beyoncè non ci scherzi.
Meno male che è una moda oltreoceano perché non potrei proprio sentire tipo un AlBano che, mentre canta, fa “Albano Albano”. Se invece è una moda che sta prendendo piede, fatemelo sapere che comincio ad importarla al blog per scrivere ogni due righe “ItalianPsycho, ItalianPsycho”.
Ah, sempre a proposito della canzone o meglio del video: mai visto tale bruttezza. Entrambe che cercano, tra una botta di bacino e un’occhio alla Bambi di fare le sexy. Peccato che siano sexy a turni alterni.
Quando una fa la languida, l’altra ha lo sguardo a patata. Quando l’altra finalmente diventa pseudo credibile, quell’altra pare che stia pensando alla nuova lacca da comprare. Inguardabili.
Che poi è un peccato, perché prese singolarmente non sono male. Sempre in un ottica di canzuncelle danzerecce però, eh.
Generazione X vs Generazione Y
Quando un secolo e mezzo fa avevo 18 anni ed andavo ad un concerto, appena attaccava la canzone romantica tutti tiravano fuori l’accendino e lo tenevano acceso per tre o quattro minuti di seguito per ritrovarsi il pollice con ustioni di terzo grado mentre si ondeggiava il braccio e la testa in sincronia con il pubblico in estasi.
Ora si ondeggia con acceso il display del telefonino.
Il display del telefonino. Non ci posso pensare, non ci posso.
E’ proprio vero che si stava meglio quando si stava peggio.
Ad esempio quando avevamo "Non è la Rai". E ci lamentavamo pure, ci lamentavamo.
Per noi non è mai iniziato e non finirà mai
Sperduto in quelle lande desolate di Castel Morrone in provincia di Caserta si è tenuto al Palamaggiò il “Soundtrack Tour
In passato infatti, a causa di scazzi vari dovuti a personaggi improbabili che hanno transitato dalle mie parti e piacevoli come un dito al culo, hanno fatto si che perdessi ogni sua singola data.
Ma torniamo al concerto. Elisa è bravissima. Canta due ore e più quasi tutti i suoi successi. Non stecca una nota, non sputa a terra manco un secondo, beve come un cammello e non ne sbaglia una. A parte a fine concerto dove si dimentica una riga di testo di una canzone e, mettendosi a ridere, si fa aiutare dal pubblico. Bei video alle spalle e bei giochi di luce che creano atmosfera quando serve. Una cosa negativa forse è il poco utilizzo del gospel che più di una volta viene relegato a mò di coro di Sister Act con tanto di coreografia con le manine in aria anziché inserirlo in una bella canzone e fare i buchi a terra.
La cosa che colpisce di Elisa è che si diverte mentre canta. Non è come Carmen Consoli che arriva, canta, al massimo dice un solo “grazie” a metà concerto, ti piscia in faccia, va via e la devi anche ringraziare genuflesso e adorante [un pò come per madonna, eh]. Quello che fa le piace e la cosa si nota lontano un miglio e anche live si ritrova la stessa timidezza con cui la si vedeva sul palco di SanRemo o al Festivalbar.
In un paio di momenti, “Almeno tu nell’universo” su tutti anche se “Una poesia anche per te” non ci scherzava mica, stava per scendere una lacrimuccia, ma come giustamente faceva notare una certa personcina era meglio “non piangere troppo, che poi le frociazze ti sentono tirare su col naso e fai una figuraccia!”. Anche perché il Palamaggiò era praticamente un anticipo del gay pride nazionale in trasferta a Castel Morrone o, più semplicemente, una serata al Kapsula. Il tutto incredibilmente sobrio però.
Nota di merito va al coraggio del ragazzo poco distante da me che ha ben deciso di affrontare la serata scendendo di casa con la muta da sub. Scelta di avanguardia che evidentemente noi comuni mortali non possiamo ancora comprendere nella sua totalità.
Che dire altro se non che la mia attesa è stata più che premiata e aspetto Elisa per un concerto più intimo, tipo in un teatro, per una versione acustica di questo tour?
Chiaramente, a parte i due video sotto, potete andare sul mio account YouTube per vedere qualcos’altro.
Una Poesia Anche Per Te Eppure Sentire
Come in un film di Bruce Willis
Questo è stato un weekend ai confini della realtà. Ho passato un paio di giorni in una casa sperduta nella munnezza campana che era esattamente la copia di quelle che si vedono nei film di Bruce Willis l’istante prima che salti tutto in aria o come in una puntata di O.C.: Casa immensa con giardino infinito e giardiniere che potava le siepi, piscina scoperta con piccola dependance, campo di calcio, di basket, di tennis e tre cani che facevano il cazzo che gli pareva a loro.
Con tutto questo ben di dio, il weekend è stato surreale al massimo perché eravamo praticamente catapultati in una realtà parallela: quella del classico telefilm americano. Solo che eravamo nel bel mezzo del nulla campano.
In questi giorni ho quindi constatato che tutto quello che vediamo nei film e telefilm americani è assolutamente vero.
Questa una piccola lista delle cose che ho trovato:
- Il divano in pelle umana king size comodo più di quello di Homer Simpson. Anche se ammetto che faceva a gara con il divano massaggiante e reclinabile con poggiapiedi incorporato e vibrante. Insomma, una maxi Global relax col Parkinson.
- il Figlio rugbista, brufoloso, gay e represso.
- Figlia che divideva la sua giornata tra l’essere cheerleader e i carampanismi verso Hilary Duff.
- Letti come minimo ad una piazza e mezza con 3 materassi uno sull’altro ribattezzati “Killer Bed”. Bastava sedersi per essere risucchiati all’interno.
- Assenza totale di riscaldamento e asciugacapelli. Come paletta fanno questi americani io lo devo ancora capire. Posso capire il riscaldamento, ma se fanno -10° come ve li asciugate i capelli? Vi fate venire le stalattiti in testa?
- Ciarpame che aveva vita propria nel frigorifero e nelle credenze della cucina: Era chiaramente il regno del grasso più grasso del pianeta o del finto che più finto non si può. Ho provato un hamburger che non era hamburger, non aveva calorie, non aveva proteine, non aveva grassi, non aveva zuccheri. Praticamente era polistirolo con l’Ariosto. Però era buono.
Come l’olio che non era olio e non aveva grassi. Che bubbazza era allora quel liquido?!?
- Frigorifero che era un monolocale dove si poteva nascondere un mammut a pezzetti. Chiaramente accanto alla cucina c’era la stanza frigorifero con un frigorifero per le bibite gassate, uno per il vino ed uno per i surgelati: l’acqua era in punizione senza frigorifero proprio. Si beveva a temperatura ambiente.
- Le foto su sfondo spennellato blu dell’evoluzione dei figli di anno in anno ed incorniciate in una cornice dorata inguardabile che pareva il quadretto mortuario. Ci ho messo un pò a capire che i proprietari non avevano avuto la moria dei figli.
- Il troiaio infinito che per loro è ordine. Tutto era di un luridume senza precedenti. Asciugamani nel bidet, dentifrici sul cesso, pezzi di pelo che volavano sul pavimento, vestiti ordinati come dopo l’esplosione di una bomba H. Una roba allucinante che il mio animo da Bree non ha retto. Meno male che avevo
- Le pacchianate più allucinanti che sono gli americani possono comprare come la calamita da frigo della Gioconda, il modellino di piazza S. Pietro a Roma o la statua barometrica di Padre Pio.
- Avere in casa ogni tipo di aggeggio che fa capo all’ iPod compreso il fighissimo iPhone e iHome. Sono stato tentato dal rubarlo una 30ina di volte. Soprattutto in versione bianca.
-
Come si poteva non inserirsi perfettamente nel clima, abbronzarsi e farsi il bagno tutti ignudi sbronzandosi di Margaritas a bordo piscina? Saranno pacchiani, ma io gli americani li adoro.
Ed ora facciamo le persone serie. Che è tragicamente lunedì, bubbazza infame.
300: This is Spartaaaaaaaaa!
A differenza di mezza blogosfera è inutile che mi metta a fare lo sborone e vantare chissà quali conoscenze storiche.
Sarà per il mio totale disinteresse per la storia o per una serie di professori che erano idonei ad insegnare quanto Platinette su una tavola da surf, ma io la storia delle Termopili non la so proprio. Manco un flebile ricordo. Tabula rasa.
Meno male che esiste Wikipedia, dalla quale sono riuscito a farmi una mini cultura da Bignami sulla suddetta battaglia e, a conti fatti, devo ammettere che la sceneggiatura ha abbastanza seguito gli eventi storici della battaglia.
Il film, come sanno anche i polli, parte dalla trasposizione della storia dei 300 spartani che cercarono di resistere all’esercito di Serse I decimandolo e dal fumetto di Frank Miller. Si, è lo stessop Frank miller conosciuto un paio di annetti fa per la precedente trasposizione cinematografica di Sin City dove Quentin tarantino diresse la sequenza della scena delle prostitute con l’uccisione del grassone.
Gettando l’occhio al libro illustrato (28 euri mortaci suoi) e ai dialoghi, se così si possono definire, il lavoro è stato ottimo. Il fumetto prende praticamente vita sullo schermo. E su questo non possiamo dire niente.
Il risultato è un mix di epico e fantasy giocato sui toni del seppia che ricorda, per l’eccessivo utilizzo di effetti speciali, quell’aborto di “Sky Capitan and the world of tomorrow”. Per quanto riguarda le battaglie possiamo fare esempi di cinematografia come se piovesse: “Signore degli anelli” in primis.
Il problema fondamentale dei film di oggi è che se trattano argomenti epici o fantasy oramai ci si rifà per forza di cose a “il signore degli anelli”. Ecco perché io sono uno che ha visto di buon occhio l’oscar per quel film. Ha fatto da apripista per centinaia e centinaia di film che stiamo vedendo stagione dopo stagione.
Basta pensare ai dissennatori di Harry Potter che sono praticamente una versione riveduta dei Nazgul, possiamo ricordare le battaglie di “Troy” o “Alexander” e ci troviamo praticamente nella terra di mezzo, in particolare per “
Se le aspettative sono quelle di andare al cinema e vedere un blockbuster di botte da orbi e fiumi di sangue, pompato da effetti speciali e con una spennellata di storia di fondo, 300 è esattamente il film che fa per voi.
Sugli spartani, è inutile dire altro se non che sembrano appena usciti da una passerella della sfilata Primavera Estate 2007 di Gucci. E’ la festa dell’ormone selvaggio.
Pure Serse non è malaccio. Solo un pò troppo frocia. Davvero un peccato.
Vivo sempre insieme ai miei capelli
Ogni mese e mezzo, massimo due, arriva quello che definisco il momento della mia personale tragedia Shakespeariana: Il taglio di capelli.
Io adoro i miei capelli. Ricordo quando al liceo un ragazzo dell’ultimo anno, durante una gita a Venezia dove mi fidanzai con una ragazzina (’porella), per fare il coglione mi attaccò una Big Babol gusto fragola e panna nei miei capelli. Lo feci cacciare dall’istituto a tempo record a quell’ imbecille calvo. Quasi come quando feci licenziare quell’inceppato di un maestro di sci che mi lasciò sulla pista il primo giorno di lezione dicendo che lui aveva provato a chiamarmi ma io non rispondevo. “Bene” - risposi io – “se ero morto mica il problema era tuo, vero?”.
Ma questa è un’altra sotia, quindi ritorniamo al discorso del taglio di capelli.
Una delle cose che comincio seriamente a pensare è che i saloni di parrucco abbiano gli specchi truccati. Eh si. Altrimenti non si spiegherebbe perché a taglio finito si è perfetti quanto una statua di Michelangelo e un paio di secondi netti dopo, appena si ha sott’occhio uno specchietto retrovisore o una vetrina di un negozio, si è come uno Gnu col pelo bagnato e stopposo.
Eppure io di Hair Stylist ne ho passati parecchi per poi ritornare, da un po’ di tempo a questa parte, alla casa madre. Il primo Mr. Parrucco non si scorda mai, è come il primo bacio. Nel mezzo osai anche la rasatura fai da te che appena Mr. Parrucco mi vide entrare mi guardò come la caduta di una torre gemella l’11 settembre e si mise le mani nei capelli. I suoi, non i miei.
Per appianare la situazione e per evitare di essere preso per i fondelli da quel momento finchè calvizie non ci separi, dissi che avevo perso una scommessa e i miei amici avevano tagliato delle ciocche. Mi sentivo troppo un bambino pasticcione a dire che mi ero fatto i buchi in testa perché i capelli avevano inceppato il motorino del tagliacapelli.
Tutto ciò per dire che in un prossimo futuro vicinissimo, diciamo domani, si affronterà la nuova replica della nota tragedia bimestrale e vorrei qualche idea per un taglio più gggiovane visto che le mie idee sotto esposte mi sembrano alquanto tristine.
Topolino
O se vogliamo fare i fighi possiamo ribattezzarlo come capello del modello D&G Jewels. Quello con gli addominali che pare sia incinto di sei mesi. Rasato rasato rasato. Corto corto corto. Avete presente no? Non mi dite Lino Banfi, please.
La pinna di pescecane
Tutti capelli abbastanza corti ma che sul centro e sul davanti si sfilzano col rasoio per un effetto scompigliato in direzione infinito ed oltre. Una sorta di crestina insomma.
John Connor di Terminator 2
Tuffo nel passato di un mini me 15enne con capelli sfoltiti di lato e mega ciuffo liscio laterale. A ripensarci mi viene una mossa epilettica solo ad immaginarmi con quel capello, quindi opterei per una crescita selvaggia per avvicinarmi al modello Derelict.
Ritento sarò più fortunato
Spolvero il tagliacapelli e riprovo con il taglio fai-da-te. Male che vada posso dire che mi hanno buttato nella gabbia delle scimmie allo Zoo dell’Edenlandia. O raso tutto con la lametta e mi trasformo in una bella palla da bowling. A quel punto farò un sondaggio sul colore.
Potete anche suggerire altro eh. Basta solo che sia qualcosa di fattibile.E faccia si che eviti di uscire di casa col passamontagna. Sapete com’è, oramai qua è estate e vorrei evitare di essere preso per un rapinatore di banche. Ci manca solo questo, ci manca.
Jay Brannan
Con ritardo immane sono riuscito a vedere ShortBus. Anzi, diciamo le cose come stanno. E cioè che il film l’ho visto ma mi mancano i 20 minuti finali.
Qualcuno si chiede il perchè? No? Io ve lo dico lo stesso.
In principio scaricai la versione americana perchè nessuno volle andare al cinema con me, dopo oltre un mese che gli americanini mi tenevano bloccato al 99.5% decisi di mandare tutti a fare in quel posto ed eliminare il file. Ci riprovai con la versione italiana ma l’audio non partiva nonostante tutti codec di questa terra. Mi feci prestare la sua copia dallo Zingaro Molesto e anche lì lo stesso problema. Questa settimana ho comprato Panorama col dvd visto che mi sembrava uno spreco regalare 22 euri alla Fnac e anche lì gli ultimi 20 minuti si blocca tutta la madonna. Ho cambiato lettore dvd e fa lo stesso problema. Ho provato sul terzo lettore e manco per il sasiccio.
Credo che a questo punto potrò anche rassegnarmi.
Visto che mi mancano gli ultimi minuti non posso fare una recensione perchè si sa che il finale può far cambiare completamente il giudizio su un film. Si si come no. Proprio come “Abandon”.
A parte questo devo però dire che ho piacevolmente scoperto l’esistenza di un tipetto proprio non male. Si tratta di Jay Brannan, il ragazzo che nel film si inserisce nel rapporto di una coppia gay in crisi. Memorabile l’immagine di lui a 90° che, mentre esegue un rapporto orale, si fa cantare a squarciagola l’inno nazionale nell’ano.
A parte questo dettaglio, il ragazzo non è niente male e nella vita vuole fare non tanto l’attore quanto il cantante. Tant’è che anche nel film canta, chitarra alla mano, una canzone scritta da lui: “Soda Shop”.
Sono tre giorni che, a parte l’esaurimento nervoso, la canto ininterrottamente. Girando per il web ho scoperto che Jay ha invaso un po’ tutta la rete cercando in ogni modo, e fa benissimo, di farsi pubblicità.
Ha un proprio sito, ha un profilo su MySpace dove sentire in streaming alcuni brani, le sue canzoni sono disponibili su iTunes ed possiede anche un account su YouTube dove canta mezzo nudo in vari luoghi della casa tazza del bagno compreso.
Io lo eleggo a nuovo Mika senza passare dal via.
Il vip all’improvviso #2
Certo che sentire la giornalista dire ItalianPsycho.net e poi vedersi inquadrato il proprio blog in diretta sul Tg5 delle 20 fa proprio un bell’effetto. Eh si. Ora scusate ma vado un secondo a riprendermi che ho la tachicardia a manetta.
La qualità è quella che è ma per postarlo l’ho registrato prima da Fastweb su Vhs e poi ho ripreso la televisione con la fotocamera.
E’ il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai
Una caratteristica dei miei weekend di Pasqua da anni e anni è la pioggia.
Inspiegabilmente, nonostante la partenza del venerdì a braccetto con legge di Murphy del "se qualcosa può andar male, lo farà e nel peggior ordine possibile", le cose sono andate per il verso giusto e abbiamo finalmente goduto di giorni di sole, sole e ancora sole.
Finalmente una minivacanza di decompressione visto che, chi più chi meno, era calmo come una corda di violino prima di spaccarsi. Se poi ci aggiungiamo una partenza che in principio rispettava perfettamente un ordine di marcia meglio di Furio e Magda di "Bianco Rosso e Verdone" ma che cause di forza maggiore nonché cause di stormi di picchi nella testa, ha mandato inesorabilmente a farsi benedire spostando tutto di 4 ore e mezza, devo dire che ce la siamo abbastanza cavata.
Ma in fondo, questi giorni come sono stati?
- Di cibo che i bambini biafra ne potevano mangiare per 10 anni.
- Di valigie esplose sui pavimenti che manco nella scena iniziale de “Salvate il soldato Ryan”
- Di Bloody Mary, di Falanghina e di Solopaca che hanno attentato agli sforzi per mantenere la linea per una preview della prova costume.
- Di risate per racconti di ciechi che picchiano con bastoni bianchi e di rincoglionimenti assortiti che fanno esclamare "Ma chi è F.?" dopo che uno se lo è trovato davanti alle palle per quattro ore di seguito che chiede dove sta il sale (accanto alle tazzine, sempre là…non cammina da solo).
- Di creme solari dell’anno precedente che fanno quella pappetta giallognola sul tappo "ma tanto che fa per una volta che la si mette mica succede niente" e poi trovarsi ustionati e con le bolle che manco quando avevo l’acne mortacci loro.
- Del toto-sorpresa dell’uovo di pasqua che ci sarebbe da scrivere un post a parte e può pure essre che prima o poi lo faccia.
- Di gente che arriva all’improvviso e vai col tango dei posti letto e degli spostamenti.
- Di aperitivi che sembra la prova della cena di Obelix ne "12 fatiche di Asterix"
- Di suonerie allucinanti che ogni tanto si sentiva "Ha suonato un gallo", "Un cellulare sta fischiando", "Uno sta ruttando", "Ma com’è che se chiamo sul tuo cellulare c’è Justin Timberlake che canta?".
- Di braci che “la faccio io, la faccio io” e poi si trovano le scamorzine con le foglie di limone un tutt’uno con la griglia e col cazzo che me la lasciate in giardino ve la faccio pulire con la lingua ve la faccio.
- Di film visti tutti insieme da "La mia super ex ragazza" a "Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti", da "Correndo con le forbici in mano" a "
- Di brindisi sulla spiaggia con i flute e il Ferrari ghiacciato che sale in testa che solo quelli accanto a noi lo sanno.
- Di spese infinite e tarantelle sui conti del devi dare
- Di seri problemi di compatibilità tra nazionalità diverse che si vorrebbe gettare una bomba nucleare in America o comprare sotto banco una cag di Xanax per endovena.
- Di altro di indimenticabile che non si scrive perché le parole un po’ sviliscono gli eventi ed è meglio che rimangano solo nel cuore.
E poi, come sempre, c’è stata l’inaugurazione della stagione estiva.
E direi che era pure arrivato il momento.
La prova del cuoco #2
Devo ricordarmi di inserire tra le cose che si fanno una ed una sola volta nella vita quella di fare l’uovo di pasqua per nipoti e fidanzato e metterci i regalini dentro.
Il risultato è stato di quattro sere dalle 20.30 all’1.30 per 12 mezze uova, tanti tentativi e chili di cioccolato sprecato.
Una cosa è certa: il motivo per cui non potrei mai fare il pasticcere è che ingrasserei di
Però, scusate se me lo dico da solo, visto il risultato sono proprio uno zio ed un fidanzatino modello.
Mi offro, chiaramente in nero, per il prossimo anno: qualcuno interessato?
Ah, auguri eh.
Non ce ne libereremo mai: My Humps
La canzone che ha fatto da sottofondo a tutti i miei weekend al mare da aprile a luglio scorso è stata quella cafonata immonda di “My humps” dei Black Eyed Peas che, nonostante la si volesse evitare come un calzino di spugna bianco sotto un completo giacca e cravatta, veniva messa in heavy rotation in qualsiasi programma di musica e non, così come in ogni radio del pianeta terra.
Dopo esattamente un anno Alanis Morisette ci riprova con la sua “My Humps” con tanto di video parodia. Sarà che della versione dei Black Eyed Peas ne ho fin sopra le orecchie, ma ora come ora sono in botta per l’Alanis e la sua versione lamentosa.
E siamo di nuovo punto e a capo.
Alanis Morisette Black Eyed Peas
La sposa perfetta
SuperM e Orso Yoghi davanti la tv a vedere "La Sposa Perfetta"
ore 22.05
Orso: Quella è così una bella ragazza, che ci deve fare con quel coso brutto!
SuperM: Lo sai, quelle lo fanno per farsi solo vedere in tv. Sai quanto gliene frega a loro di fidanzarsi con uno sconosciuto!
O: Ma che ha…il pissing?
SM: Si si, tiene il pissing all’ombelico.
Comincio a pensare che mia SuperM sia finalmente riuscita a contagiare Orso Yoghi.
Devo intervenire per spiegare che la ragazza ha un piercing e non una passione per i watersports?
L’ uccello blu
Credo che a tutti sia capitato di ricevere uno di quei regali che una volta aperto e constatato sia quanto di più indecente, senza gusto ed inguardabile si potesse mai ricevere, si è fatto buon viso perché a caval donato non si guarda in bocca e tutte quelle menate lì sul non far dispiacere qualcuno che ha avuto un pensiero tanto carino. A meno che non si tratti di un riciclo. Là si può essere spietati da mò fino alla morte.
Da un po’ di tempo a questa parte, complice Isteria Personificata, abbiamo deciso che ogni qual volta si organizzi una cena, di non presentarci mai a mani vuote e portare sempre un cadeau a qualcuno dei presenti.
La regola che impone la scelta dell’oggetto da regalare è una sola: deve essere qualcosa che di più kitsch e di più trash non si può. Caratteristiche necessarie affinché lo trasformino a breve in un oggetto splendido e invidiato da tutti. Questa almeno è la nostra legge assoluta.
L’ultimo arrivato è un uccello blu che, ahimè, non è toccato a me perché mi era stato destinato un pacco di vinili e riviste straniere di una famosa cantante americana che nessuno indovinerà mai e di cui ringrazio genuflesso Antonio de "l’eredità".
La fortuna questa volta ha baciato The Drunk Fairy che, con questo splendido uccello in plastica satinata con luce interna blu pile escluse, può così incrementare la sua collezione personale. Visto che a breve vorrei vincere il premio come Miglior Ragalo Orrido per Isteria Personificata, qualcuno ha qualche oggetto del genere da suggerire?
O, giusto per farmi un po’ di fatti vostri, qual è stato il più orrido dei regali che avete mai ricevuto?





