Per anni, inconsapevolmente, sono stato accecato dalla mia passione per l’amore entrando ed uscendo da storie e storielle alla velocità che manco il tempo di riscaldare al microonde una Nastrina del Mulino Bianco.
Nonostante mi impegnassi, non riuscivo a smettere di amare l’amore. Tant’è che ad un certo punto ho pensato di assoldare qualcuno che mi impedisse di dire “ti amo” troppo spesso o solamente di perdere la testa per una persona nuova.
Poi, in un ampio momento di pausa inaspettata dove ho dato il peggio ma anche il meglio di me, ho finalmente aperto gli occhi e mi sono accorto che tutto sommato riuscivo a stare da solo. Che non era necessario lanciarmi alla ricerca di un nuovo sostituto perché in fondo l’amore non era diventato il mio obiettivo da raggiungere, da conquistare, non era la mia casellina da barrare.
Perché, per fortuna, l’amore e l’approccio che noi abbiamo con esso, con il tempo, cambia.
A 15 anni, periodo dei primi flirt, si dà tutta la colpa al destino. Il destino che ci ha lasciati da soli a sognare l’amore vero. Il destino che ci ha fatto incontrare e tenuto insieme. Il destino che come ci ha dato l’amore così se lo è ripreso.
E non c’è “prometto prometti, ti giuro amore un amore eterno se non è amore me ne andrò all’inferno” che regga.
E’ stato il destino, non ci sono cazzi.
A 20 Ti innamori davvero per la prima volta. Per la seconda. E pure per una terza.
Farfalle nello stomaco, non capisci più niente, cammini a dieci metri da terra, sei un tutt’uno con l’altro, smetti di fare le cose serie perché esci fuori di testa e cominci a fare progetti. Vuoi scappare con lui/lei e lui/lei con te nonostante ti metta un paio di corna grosse così.
Si fanno promesse, si dicono tante cose finché ti accorgi che tra il dire e il mare c’è un abisso e che ogni tipo di teoria difficilmente si trasformerà in pratica e l’unica cosa da fare è mettere una bella parola fine. Punto. A capo.
Tutto diventa irrimediabilmente chiaro quando le parole diventano lividi sulla pelle. Logoranti come l’invidia.
A 25 i capitoli per fortuna si chiudono uno dietro l’altro e, a malincuore, si comprende che il destino non c’entra nulla.
La gente entra nelle nostre vite per puro caso e ne esce per puro caso. E noi non possiamo farci niente. Il destino diventa qualcosa che solo da giovani si può credere. E capisci il valore di avere qualcuno che ti ami al tuo fianco.
E che ti ami “Così come sei”. Alla Bridget Jones. Lasciando che le cose prendano il loro corso.
A 50 anni vuoi avere dei figli. E capisci che in fondo non faresti più due balle così a Madonna perchè è andata a rubare figli in Malawi con la nonchalance di una che va a comprare al Gs un pacco di latte Weight Watchers della Punto.
E poi c’è il problema di formalizzare il rapporto. Stiamo insieme? E da quanto? E mi ami? E mi vuoi bene? E mi schifi? E mi prenderesti a sprangate tra i denti? Otto volte su dieci, si. E allora? Tanto il confine tra amore e odio è lebile.
Tutto sempre perché si ha bisogno di certezze e non si sa vivere giorno per giorno.
Altro stress è il matrimonio che arrivato ad una certa età deve necessariamente essere celebrato o, in alternativa, si deve convivere.
Ringraziando la Madonna che il discorso matrimonio per me non conta, Ma anche se contasse diciamo che non l’ho mai visto come qualcosa che realmente facesse per me. Ora come ora, manco una convivenza. Una convivenza a case e periodi alterni però si. Come le targhe in una città in costiera il weekend.
Perché se ti vedi tutti i giorni è troppo. Ma se ti vedi una volta alla settimana è troppo poco.
Ascolti i racconti delle persone a te vicine e vedi che, certi come la morte, continuano ad esistere i classici stereotipi uomo-donna-gay che ti sfiniscono:
– L’uomo con la sindrome dell’ “io ti proteggerò” o dell’ “io ti userò come un oggetto e tu lurida puttana dovrai anche ringraziarmi”
– La donna con la sindrome dell’ “io ti salverò” o del “lo voglio stronzo che mi meni o non sono contenta”
– I gay che, non lasciandosi mancare mai niente, fanno le cose in grande e le posseggono tutte e quattro abbinate al giramento di cazzo del momento.
E quindi basta parlare di amore. Tanto non se ne viene mai ad una. Perché in fondo, d’accordo con Angelina Jolie nel mio film preferito, “parlare di amore è come ballare su un’architettura”. Basta con le parole e via libera ai fatti.
Ha senso dire di amare una persona e poi fare le peggio cose alle spalle? Ha senso il contrario…ossia fare la santa della situazione ma far vedere tutt’altro perché si ha una paura fottuta dei rapporti?
Chiamare le cose con un nome ha senso?
D’altra parte anche Giulietta dice “Che cos’è Montecchi? Non è la mano, non è il piede, non è il braccio, non è il volto né qualsiasi altra parte d’un corpo umano. Prendi un altro nome. Cosa v’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa non perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome”.
E poi siamo seri, mica possiamo fare la fine dei cantanti anni 50 che invecchiano cantando sempre la stessa canzone!
Tutto chiaro, VERO!?!
Ah, ho dato le chiavi di casa.
maggio 6th, 2007 | Category: PsychoLife | Comments (25)