In caso di grave crisi internazionale, come successe per l’iperinfalzione degli anni ‘70, i beni rifugio rappresentano da sempre una importante garanzia. E soprattutto danno la certezza che qualsiasi cosa potrebbe succedere, una parte del patrimonio rimane tesaurizzata.
Se ciò è vero, e abbiamo articoli su articoli dei più autorevoli quotidiani economici internazionali, è altresì vero che il discorso può essere perfettamente traslato alle crisi derivate dalle esperienze personali.
Un po’ come Picasso che passò per il periodo blu, rosa, africano, analitico e sintetico, io passo, con l’agilità di un levriero inglese ad accumulare beni rifugio in quantità più che maggiori alla reale capacità del mio armadio ormai allo strenuo delle forze. E non c’è legge dell’impenetrabilità dei corpi che tenga.
Sono passato per il periodo scarpe in cui, come sognante e spregiudicata Carry Bradshaw, appagavo i miei bisogni compulsivi invece di agognare gli oggetti del desiderio appannando e bagnando di bava le vetrine dei negozi.
Poi c’è stato il momento intimo di cui ho un meraviglioso ricordo delle commesse di Intimissimi e Yamamay e di uno dei negozi più ricchionici della città, che si appostavano fuori al negozio per chiamarmi appena mi intravedevano in lontananza. Ricordo tangibile sono le decine di magliettine, slip, boxer e pantaloncini con tanto di cartellino attaccato.
Il periodo maglietta è qualcosa di ormai costante a cui riconosco le caratteristiche di una immobilizzazione materiale.
Per il momento borse & zaini invece c’è un discorso a parte. E’ come una tassa, un sorta di una tantum indispensabile. E poco importa se per essere acquistata mi invento i più svariati motivi. Ad esempio ho comprato quattro borsoni per quel luogo ormai mistico che alcuni chiamano palestra. Chissà se esisterà davvero.
La botta giubbino arriva invece a inizio saldo invernali dove, incurante di prossime mode, si compra la qualsiasi purchè carino e mettibile con indumenti che necessitano di essere ancora comprati. Vige la regola universale: shopping chiama shopping.
Il periodo jeans invece è il frutto di uno studio finale di politiche di ricerca e sviluppo incrociato. Con un occhio al trend futuro e alla possibilità di rimettere in vita una vecchia moda. L’ho capita solo io questa.
Il punto dolente è il momento accessori vari, ossia la costante di equilibrio di una vita.
Ed è proprio per bilanciarmi che, spinto da un attacco latente di voglia di cambiamento mi sono diretto verso l’ottico per il cambio di paio di occhiali da sole orientandomi, come ogni anno, al tentativo di acquisto di una mascherina in cellulosa (plastica rigida) non tanto cafona (se, lallero!).
L’acquisto dall’ottico è come il taglio di uno stylist: infame.
Si è nel negozio e tutto brilla di luce propria, proviamo due miliardi di occhiali che vengono divisi nella pila dei “si”, dei “forse”, dei “no”, e dei “questi non me li fare proprio provare vade retro” per poi passare alle semifinali e alle finali, sceglierne uno, comprarlo, uscire dal negozio e dire “che cazzo mi sò comprato?”.
Dallo stylist è uguale: due secondi prima, agli specchi magici del salone e tutto perfetto ma quando si esce e ci si specchia su una vetrina pare che ci siamo andati a tagliare i capelli da un “Edward Mani di Forbice” in crisi epilettica e sotto droghe.
La mia personalissima finale dell’occhiale tamarro, perchè non c’è niente di meglio di un occhiale tamarro diciamolo, è stata tenuta da un appassionante corpo a corpo che ha toccato i più alti livelli di trash.
Dolce & Gabbana con scudetto in fronte vs Dolce e Gabbana con bandiera dell’italia a tutta fronte.
maggio 24th, 2009 | Category: PsychoLife | Comments (9)