E’ che fa un polletto al forno troppo buono
Ora che son quasi due mesi che ci vediamo dal lunedì al venerdì dalle 14.30 alle 14.50, ha ben deciso di cominciarmi a chiamare patatino. Si da un dito e si prende tutto il braccio.
Ora che son quasi due mesi che ci vediamo dal lunedì al venerdì dalle 14.30 alle 14.50, ha ben deciso di cominciarmi a chiamare patatino. Si da un dito e si prende tutto il braccio.
Lo so che farsi un viaggio in treno di tre ore e mezza e vedersi le puntate arretrate di Desperate Housewives, Brothers & Sisters e Dirty Sexy Money dove ogni minuto e mezzo qualcuno mette una lingua in bocca a qualcun’altro o tromba allegramente col primo che capita avendo come vicino di posto un vecchiarello con problemi di vescica che mi guarda schifato non è il massimo della vita. Però insomma, cazzi suoi.
La prossima volta metto “L.A. Zombie” con Francois Sagat e vediamo che succede.
Nel mio giorno di riottosità lavorativa che mi ha fatto guadagnare un mezzo riposo pomeridiano, sono riuscito finalmente ad incastrarmi con l’elettrauto per resuscitare la PsychoMobile oramai a terra da un mese causa nevicata di 40 centimetri ma soprattutto per i costanti -11° dell’intera settimana prenatalizia. Potrei anche parlare del pornoragazzetto che mi ha restituito l’auto e che poteva perfettamente partecipare ad un film qualsiasi di Bel Ami e che avrei volentieri lanciato nel portabagagli per stuprarlo in mezzo ai colli, ma per questa volta mi asterrò. Un’oretta di lavoro per un totale di 127 euri.
Peccato che tornato a casa mi sono accorto di un piccolo dettaglio.
Il tempismo è sempre stato il mio forte, non c’ che dire.
Riemergo dalle festività natalizie, capodannesche e befanesche per dire che anche questa volta sono incredibilmente e inaspettatamente sopravvissuto alle tonnellate di cibo che mi sono passate tra le fauci.
Da domani parte la mia solita vita di stenti tra polletti, tacchini arrosto e verdure alla griglia. Il tutto condito con due cucchiai d’olio da distribuire durante l’intero arco della giornata.
Ah si, dimenticavo che ho anche il momento mela: quello in cui vorrei mangiare qualsiasi cosa vivente e non, compresa la mia collega dirimpettaia, invece azzanno una mela gialla di 200 grammi.

Ora ditemi perché dovrei amare questa città.
Ad un cameriere che, seppur carino, invita a fare una prova di destrezza tirando 2d6 per vincere un crostone se si fa 9, che cosa gli si può dire?
Ed io che pensavo che World of Warcraft con quel nerdume di linguaggio fatto di sigle tipo lfm, pve, pvm, pvp, dc, imho,afk, brb, glf e gf avesse in parte abolito tutta quell’altra terrificate terminologia vecchio stile legata ai giochi di ruolo che mi fanno venire un’orticaria che manco dopo una seduta di 3 ore di ceretta.
Ed ho pure sentito chiaramente chiedere “chi è il dungeon master?” al quale avrei voluto rispondere con l’evergreen “esci, vai a rubare, tocca le femmine” in pieno Troisi Style.
Ah si, sarà proprio questo l’annuncio che mi salverà la vita e mi offrirà un futuro certo.
Ma il micropantaloncino rosa da passeggio non era, fino ad oggi, un indumento a completo appannaggio dell’universo femminile (vedi Mariah, Paris, J-lo e Sandra Milo) e, a tratti, di una sparuta rappresentanza dell’estremismo gayo di quelli che agitano le mani come piumini per la polvere?
Mi manca completamente l’evento che ha fatto da spartiacque per il mondo teen etero.
Volevo fare una foto, ma ero come in stato di shock.
A Mrs. Doubtfire viene data una settimana di tempo.
Motivazioni: Troppo disordinata e puzza di topo morto bagnato e in avanzato stato di decomposizione plurima.
E già siam stati larghi coi tempi, eh.
C’è una cosa che odio più della gente che corre in bicicletta sui marciapiedi. Ora voglio la suoneria.
Io vorrei capire da chi è partita l’idea di mettersi a scrivere dediche alla fidanzata o al fidanzato sul marciapiede o sull’asfalto di fronte casa.
Si perchè ci deve per forza essere una mente diabolica dietro a tutto ciò. Deve aver scritto un libro o diretto un film in cui si legge/vede questa cosa, altrimenti non mi spiegherei la ragione per cui oramai pare di camminare sulla Divina Commedia o su i testi di mezza discografia depressa.
Prima c’era "io e te tre metri sopra il cielo" e derivazioni varie quali 3MSC o "Io e te sei metri sopra al cielo perchè a tre c’è troppa gente" e lì mi si rigirava lo stomaco che manco dopo lo Space Mountain, il Big Thunder Mountain ed Indiana Jones and the Temple of Peril di EuroDisney messi assieme.
Poi c’è stato il momento lenzuolo. E lì ho approvato con tanto di personale standing ovation. Perchè uno scrive quello che vuole, come lo vuole sopra un telo e poi lo si appende sul cavalcavia dell’autostrada, ad un cancello, ai fili elettrici ecc ecc senza dover imbrattare edifici o altro.
Ma questo fatto di scrivere sul marciapiede, soprattutto se appena rifatto, mi urta davvero il sistema nervoso.
E non ci piove che io sia diventato uno di quei vecchi intossicosi che stanno su una panchina di un parco a lamentarsi delle bravate dei ragazzetti.
Io non è che vorrei fare la Karen Walker della situazione con dito indice che sale e scende zigzagando mentre dice "Tesoro, cos’è quella roba che ti sei messa addosso?", ma qui non saprei davvero da dove cominciare.

Il reggiseno poco contenitivo? il coraggio per aver indossato la maglietta scopri-panza? il pantalone ascellare con cinta da uomo? La borsa con salvagente e nodi marinari che ahimè non si vede?
Una domanda spettacolare appena sfornata dai referrer:
"se ti bacia sulle guance cacciando la lingua?"
E’ un lurido, bambina mia. Un lurido e niente di più. Però se ti piace la fantasia mamma-gatta, continua pure.
UPDATE
"nei film hard ,si lavano la vagina?"
Direi di no. E’ una leggenda metropolitana quella della pulizia.
Già di per sè trovo sconveniente girare per strada con la mano infilata nella tasca del proprio partner, se poi la si infila direttamente sotto la mutanda e si ravana incessantemente direi che mi fa pure un pò schifo.

Schifo come quell’orribile boxer largo a righine che manco mio nonno.
Louis Lavelle, uno dei filosofi di maggior spicco dello spiritualismo francese della prima metà del Novecento, a proposito del rapporto tra amore e silenzio scrive:
E’ soltanto nel silenzio che l’amore prende coscienza della sua essenza miracolosa, della sua libertà e della sua potenza d’intimità. Le parole distruggono la sua fragile delicatezza e la sua grazia sempre nascente. Se la parola è come un fiume che porta la verità da un’anima verso l’altra, il silenzio è come un lago che la riflette e nel quale tutti gli sguardi vanno a incontrarsi.
Chissà che si era calato.
Secondo il mio modestissimo parere (<- incipit che inserivo in loop nei miei temi dalle elementari al liceo per poi essere sostituito dal sempreverde "secondo un primo e più immediato angolo visuale" che stordisce chi ti sta ascoltando e dopo puoi pure raccontare "i tre porcellini"), nel silenzio in un rapporto, non ci vedo amore profondo ma puro e semplice disagio.
Generalmente, causa logorrea galoppante e manie di protagonismo, cerco di riempire ogni minuto ed ogni secondo di parole, parole e ancora parole. Non necessariamente d’amore come invece sostiene Mina.
A me sale un’ansia quando mi trovo davanti qualcuno che non parla o che per parlare devi stare lì a fargli duemilaquattrocentottanta domande che pare un interrogatorio dell’FBI. Anche perchè uno non è che può fare i monologhi che manco Amleto con teschio in mano.
Per esempio io non sopporto di andare per locali e vedere coppie su coppie con lo sguardo basso nel piatto. Mi verrebbe quasi da andare lì ad abbracciarle e chiedere cosa sia successo. Ma non prima di avere un improvviso desiderio di catapultarmi fuori dal locale e farmi buttare sotto dalla prima auto che passa.
Sembra quasi che ne vadano fiere e sarà solo ed esclusivamente colpa loro se un domani non starò mai bene con una persona in silenzio.
Si, vostro onore, ho finito. E’ che sto solo un tantinello esaurito ultimamente.
In certe parti d’Italia esistono delle celebrazioni collettive familiari che più che un invito rappresentano un sottile obbligo a cui non si può rifiutare. Già sentita questa cosa, vero?
Questo, per una serie di eventi che in futuro si chiariranno, è stato l’ultimo anno della mia presenza al party di casa Psycho, evento oramai consolidato, che caratterizza il primo/weekend del mese di maggio.
Infighettato come un matrimonio con la mia stupenda camicia bianca avvitata che finalmente sono riuscito a trovare come dico io, con 28° al sole che mancava tanto così che non cacciavo lo specchio e l’olio Johnson’s per schiattarmi sul campo da tennis, con Falanghina a seguito meglio di un pulcino appena nato con la mamma o come un carrellino da flebo, sono stato catapultato ad una mega festa di bambini con un centinaio di nani assortiti vestiti con maglia Lacoste o Ralph Lauren, pantaloncini al ginocchio Levi’s o Bikkemberg e scarpe Adidas o Nike.
E si, confesso che per un più di un istante mi è passato per la testa di rapirne uno e, col riscatto, andare ad aprire un hotel di lusso a Dubai.
Ah si, potrei anche raccontare della cesta di Chupa Chups lasciata lì sul tavolo e della mia regressione infantile mentre spintonavo i bambini per prendere quello gusto Cocomero, ma direi che non farei una gran bella figura. Quindi facciamo finta che non ho detto niente.
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