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Archive for Markette

Campagna contro l’abbandono della musica anni 90 #1

Red Hot Chili Peppers – Under The Bridge

Giusto per diritto di cronaca, ricordo che ne è stata anche fatta una cover da parte di queste quattro smandrappate qui.

L’oggetto feticcio del mese #4


Il verde sarà il colore di questa estate. L’ho deciso io.

Consigli per gli acquisti: Sul filo del rasoio

Io non sopporto farmi la barba.
Rimando sempre, mi annoia a morte, poi mi devasto sempre al pelle che il giorno dopo pare che mi è venuto a trovare un eritema o che abbia messo il collo in una tagliola.
Le ho provate tutte, pure con vari tentativi artistici di pizzetti, basettoni da Nek, barbetta da orsetto e robe di questo genere. Mi scoccia sempre e mi devasto puntualmente. Anche se me a farla è il mio barbiere. E’ che tengo una pelle come il culo di un bambino e un pelo come il parco nazionale di Yosemite e farli andare d’accardo è un’impresa titanica.
Ma non è di questo che volevo parlare, bensì di un nuovissimo gel da barba che la Proraso ha, da relativamente poco tempo, lanciato sul mercato espressamente per il pubblico più giovane con la nuova linea "Sul filo del rasoio". Ed ha fatto bene perchè io col ciufolo che avrei mai comprato qualcosa della Proraso, ora invece, con un bel packaging più essenziale e trendy, ecco che corro a comprarlo. Perchè io non mi faccio assolutamente influenzare dalle leve del marketing.
Comunque, si tratta di un gel da barba completamente trasparente che non fa schiuma. Per radersi in piena visibilità e assoluta sicurezza sopratutto per chi porta barbette o pizzetti. Lo si mette e si vede tutto, quindi anche il taglio è molto più preciso e non ci costringe a fare , di volta in volta, il "gioco-gioco" togli la schiuma, confronta, rimetti la schiuma, taglia, ri-confronta e via di nuovo fino all’esaurimento.
Oramai si trova ovunque, dall’ipermercato Auchan che la vende un bagno di soldi alle profumeria tipo IdeaBellezza che le tira appresso. Poi c’è pure un mini kit da viaggio con tutti e quattro i prodotti a 2,99€ che proprio non si può lasciare in negozio.

E dopo questo mega spot, se la Proraso volesse omaggiarmi di qualcosa non mi prenderei mica collera eh.

Consigli per gli acquisti: Glamour Beat

Sarà che di sera in genere non ho la radio accesa, sarà che nella camera dove trascorro le mie ore notturne se il cellulare prende devo solo accendere un cero alto due metri e del diametro di uno alla Madonna di Pompei, sarà anche la scarsissima pubblicità ma fino a ieri non conoscevo assolutamente Andrea Gelli.
Stavo bello bello alla Fnac ad aspettare un mio amico mentre buttavo l’occhio su un paio di libri da tenere presente quando ho sentito 4 canzoni una di seguito all’altra, una più bella dell’altra sullo stile di Sagi Rei. 
Vado alla postazione Info per vedere che Cd hanno messo sul piedistallo del "State ascoltando" quando ecco comparire "Glamour Beat Session 3".
Praticamente è una compilation molto elegante che riunisce un cocktail di musica lounge e chill out molto ma molto raffinata e rilassante
selezionata appunto dallo speaker radiofonico Andrea Gelli. E per dirlo io che per rilassarmi mi ci vuole uno shot di vodka ed uno di valium, ho detto tutto.
Insomma, lo consiglio caldamente. Insieme alle altre due session precedenti.
Giusto per essere precisi, le quattro canzoni erano
"Style Up – Eyes Without A Face", "Eivissa – Fame", "Eveline Green – Kiss Of Life" e "Kate The Cat – I Was Made For Lovin’ You".

Divinità dello shopping: la Puma

Uno dei misteri irrisolti della mia mente, quasi come quello dei templari per Voyager, è la ragione per la quale continuo ad acquistare selvaggiamente le sneakers della Puma.
Sono quel modello con la suola che è praticamente una leggera estensione della pianta del piede. Quelle che se cammini sui sanpietrini li senti uno per uno provocando fitte che arrivano fin dietro la nuca. Quelle che slanciano come gli stivali di cowboy per un nano da circo e, data la mia immensa statura che si aggira intorno al metro ed un uovo, direi che sono fatte apposta per me. Quelle che hanno la capacità di trascinare l’orlo del jeans quasi sotto la suola a causa di quel tallone gommoso che distrugge tutti i pantaloni.
Giuro che la prossima volta non le compro.
Anche se detto da uno che entra in un negozio Puma vestito con scarpe, giacca, maglietta, cappello, cinta e tracolla della stessa marca ha un coefficiente di credibilità tendente allo zero.
E’ che non so resistere a quella maledetta scatola rossa col pumino saltellante.

Fermi tutti!

E’ uscito il nuovo libro di Fabio Volo.

Vorrei ringraziare la Fnac che ha messo l’adesivo del prezzo verde sull’angolo frontale del libro in modo che levandolo si è portato via mezza patina lucida rovinando irrimediabilmente la copertina. Più lo vedo e più mi sposta la nervatura.

A un passo dal sogno: il video del medley

Altra preview. E comunque mai a trovare un fetente di convertitore gratis che da MPEG-4 mi trasformi il file in AVI per poter inserire i titoli prima e dopo. MAI!

P.S. Alle 16.25 su Canale 5, salvo imprevisti, dovrebbe andare in onda un montaggio del backstage. Aguzzate la vista.

A un passo dal sogno

Non potendola postare prima, ecco la scenografia del musical "A un passo dal sogno" che sta debuttando in questi giorni a Todi. Rispetto ai precedenti tentativi di Footloose e Lungomare, devo dire che il risultato non è niente male. Parlando sempre di scena, eh. Di più, non si posso dire.
Ho la bocca cucita.

Messaggio blog-promozionale

E’ da relativamente poco tempo che ho scoperto la mia passione per i formaggi ed in particolare verso il gorgonzola.
Ecco il motivo per cui, essendo anche una ignobile vittima del marketing, dopo aver visto lo spot televisivo dell’Invernizzi Gim Crema, mi sono catapultato nel GS sotto casa per comprarla. Poi c’era quel bel bollino rosso che indicava la sua elezione a prodotto dell’anno nella categoria formaggi, ottenuta grazie ad  una combinazione di marketing ed innovazione, che proprio mi costringeva ad investire i miei 3,50€ nel suo acquisto.
Gim Crema è praticamente un gorgonzola dalla consistenza più morbida e vellutata grazie all’aggiunta di crescenza: insomma una porcata immonda.
Si spalma perfettamente ed innesca la reazione di una rota. E’ una droga peggio del barattolo con la Nutella quando si è armati di cucchiaino e si è un pò depressi. Ancora peggio delle patatine Pringles rosse che più si mangiano e più se ne ha voglia nonostante le pareti dello stomaco invochino pietà.
L’unica nota dolente è, se si va a dormire dopo aver fatto fuori la confezione da 150g, sognare di essere la valletta mora del prossimo festival di Sanremo. Per il resto, tanto di cappello.

Il giorno della tartaruga

Una delle caratteristiche del mio amico Isteria Personificata è, a parte quello di essere un portatore insano di stress cosmico, l’imprevedibilità.
Uno se ne sta tranquillo a mettersi in pari con la stagione 3 di Lost quando nel giro di 12 minuti arrivano, Vodafone Infinity Sms ti odio, giusto una 20ina di Sms per comunicarmi che saremmo andati a teatro di lì a 1 ora.
Poichè il ragazzo oramai conosce chiunque che lavori in quel mondo, ci becchiamo due ricchi posti centrali in quarta fila per "Il giorno della tartaruga", un omaggio de "La Compagnia della Rancia" a Garinei e Giovannini di uno spettacolo già messo in scena nel 1964 da Delia Scala e Renato Rascel riportato sul palcoscenico da Chiara Noschese e Christian Ginepro.
Lo spettacolo è molto molto bellino e, visto che sarà in tour per un bel pò, consiglio a tutti di andarlo a vedere. La Noschese ha su di me lo stesso effetto della Littizzetto: apre bocca e scoppio a ridere. Bravissima e comicissima.
Come sempre, a fine spettacolo, tour dietro le quinte con Isteria Personificata che inciuciava con mezzo cast mentre io facevo un pò di carrambate e amicizie suggerendo locali, musei e visite all’altra metà che girava discinta per i camerini. L’inciucio, ovviamente, continua prima a cena e poi al cinema. Potrei fare del gossip. Ma anche no.
Ultime cose:

  • La pubblicità a teatro è qualcosa di inconcepibile.
  • La quantità di vecchiaccie era così elevata che io e Isteria non siamo riusciti a abbassare la media dell’età. Erano davvero troppe.
  • Le vecchie puzzano di Patchouli e Borotalco altolà al sudore.
  • E’ ufficiale. Io amo i rasati col sorriso malefico.

L’oggetto feticcio del mese #1



Sarai mia, sappilo.

Gianna Nannini – Pia come la canto io

Ieri sera, col fidato Isteria Personificata, anteprima in concerto di "Pia de Tolomei", spettacolo che narrerà le vicende della Pia citata da Dante nel Purgatorio che partirà da Roma nel marzo del 2008.
Il concerto sono quasi due ore dove la Nannini canta a squarciagola saltellando come un grillo l’ultimo suo lavoro "Pia come la canto io" insieme ad alcuni dei suoi ultimi successi.
Ad accompagnarla i Solis Street Quartet, un bravissimo quartetto di archi che ha collaborato in passato anche con Noa, e  i Vagabond Crew, 8 ragazzi francesi pluripremiati campioni del mondo di blackdance.
Due ore dove la Nannini non ne sbaglia una. Concerto cominciato forse un pò lento per la presentazione delle canzoni dello spettacolo che conosceva circa 1 persona su 10. Una botta di vita per il pubblico è "I Maschi" dove finalmente si riprende dal torpore. A "Meravigliosa creatura", sia in versione acustica che normale, è il delirio. Peccato che la gente la identifichi solo come "la canzone della macchina" (Tremendo) e si ricordi il testo solo del pezzo che passa nello spot. Potenza della pubblicità.
A "Sei nell’anima" è un altro boato.
Prima volta che la vedevo dal vivo. E’ brava, molto brava, pure troppo. Canta tutto dal vivo, si diverte e balla. Lei fa parte di quei cantanti con la C maiuscola che dal vivo sanno dare qualcosa al pubblico. Anche solo un sorriso. Parlare male di lei è pura follia.
E’, a dispetto delle apparenze, anche molto simpatica e socievole. Forse un pò timida. Ma credo sia inutile stare lì a sottilizzare.

Gianna Nannini: Piaciuto lo spettacolo?
Italian Psycho: Si moltissimo. Proprio bello! Complimenti!
GN: Una figata, eh?
IP: Eh si, davvero una figata!

Metà concerto visto tra le quinte e il palco da cui sono riuscito a filmare questo pezzettino de "O Surdato Nnammurato".
Per il secondo video, invece, si ringrazia Isteria Personificata che è riuscito nell’impresa titanica di non farsi sgamare dall’energumeno dello staff dell’Arena Flegrea che girava come un dannato a dare mazzate a chi faceva foto o filmati.

My Vanity Fair

E’ da quasi un anno che ogni giovedì mattina, puntuale come la morte, come prima cosa vado in edicola a prendere la mia copia di Vanity Fair. Dopo un anno potrei abbonarmi lo so, ma significherebbe chiamare una continuazione il servizio clienti per farmi arrivare un’altra copia perché in questo palazzo si rubano di tutto. Manco un “Topolino” o un “Dove” può rimanere più di mezzora. Se poi è un Focus non ne parliamo proprio: SuperM è la prima che lo ruba alla povera crista dell’ultimo piano nonostante io la minacci di morte ogni volta che la arraffi.

Appena ho Vanity tra le mani come prima cosa ho un mancamento per le pubblicità D&G subito dopo la copertina. Parlo di quelle pubblicità a doppia pagina dove campeggia un bono megagalattico da giramento di testa causato da un violentissimo risveglio degli ormoni.

Le cose che amo sono, nell’ordine:
– La rubrica barbarica: lo so è anche online, potrei leggerla sul blog della Dariona ma preferisco avere il giornale tra le mani. Poi se voglio intervenire vado a commentare sul sito.
- La posta di Mina: Adoro quando, senza mezze misure, in una riga è mezzo è in grado di fare una chiavica o di idolatrarle chi le scrive. Amo il suo essere decisa e di vedere o tutto bianco o tutto nero.
- La posta del direttore: L’acidità che trasuda dai suoi interventi è sublime.
– L’intervista alla chiavata stratosferica della settimana: Momento di puro raccoglimento estatico. Vogliamo parlare di Filippo Volandri con lo slippino D&g che più da stupro non si può, di Julian McMahon e della sua maglietta finto bagnata di sudore o di David Gandy aka Mr Dolce e Gabbana Light Blue in versione dio greco?
– Vanity Spy: perché un po’ di gossip internazionale fa sempre bene. Tanto per quello nostrano teniamo Studio Aperto e le tette di Melita Toniolo "la Diavolita". Brrr.
- la Stazione di posta di Enrico Mentana: con cui non so perché ma sono sempre d’accordo. E la cosa mi fa paura. E non poco.

- La rubrica di vanitystyle cucina: una serie di ricette particolari, molto scenografiche e molto cool per strabiliare gli amici ad una cena molto molto d’effetto.

Quello che invece odio con tutto me stesso che fosse per me metterei alla porta senza pensarci su due volte sono:
– La copertina e la relativa intervista ad apertura di “Storie e Persone”. Per esempio la scorsa settimana c’era Buffon e la Seredova. Così come era su “Men’s Health”. Così come era su “Max”. Così come era su “Chi”. Così come era su “Gente”. E basta!
Insomma…che me ne fotte della Seredova e di Buffon se è incinta e tutto il resto? Che me ne importa dell’ennesima intervista di copertina sul ruolo di madre di una popputa e allattante Eva Herzigova? Che me ne faccio della 40esima intervista a quella sottospecie di attore che più odio in assoluto che è George Clooney? E vogliamo parlare dell’intervista sulla redenzione di Lapo?!? Ci mancava solo una foto in croce con la scritta I.N.R.I. sulla testa ci mancava. 
– La posta di Glenn: il mio odio è direttamente proporzionale all’utilizzo del suo “baby” e alla surrealità delle domande proposte. Esempio: Che ne dici se tingo il mio cane di viola per fare da pandan con la borsa Gucci della nuova stagione? Sono una appassionato di orologi, se lo porto sul polsino fa sfigato? Devo andare al matrimonio della stronza che mi ha rubato l’ex, che dici se mi vesto come la morte con una grande falce nella mano destra ma perfettamente in tinta con gli accessori?
– il servizione di attualità su guerre, epidemie, massacri e ingiustizie: Se voglio farmi due palle così su ciò che succede nel mondo, accendo la tv e vedo il tg1, leggo “Panorama” o mi compro un quotidiano che non sia “Il Mattino”. Di certo non mi voglio intossicare pure quando voglio tenere la testa in modalità light.
La rubrica vanitystyle cucina: perché c’è bisogno che qualcuno glielo spieghi al direttore che fare le cose cool va bene, però uno non può perderci il sonno per andare a cercare ingredienti che vanno dal bulgur alla salsa d’ostrica, dalla menta suavolens al tampouche, dal bak-choy al guyava, dall’ arouille in cialda alle foglie di silandro o di caripoulè.

Chi è che invece invidio con tutto me stesso è Benedetta Pignatelli. Chi è Benedetta Pignatelli?!? E’ colei che viene mandata in giro a provare i trattamenti di bellezza più all’avanguardia presso le più importanti Spa del globo. Ha fatto di tutto con le tecniche più impensabili. Descrive tutto nei particolari, ti fa venire una voglia indicibile di andare a fare gli stessi trattamenti e poi ti spara un prezzone da coma immediato. Mentre lei viene pagata per farlo aggraris e recensirlo.
Che darei per rubarle il posto.

A volte ritornano

Avrò scoperto Luca Bianchini nel settembre del 2004. Giravo per la Feltrinelli sotto casa e sono stato attratto dal tascabile di “Instant Love”. A dir la verità era diverso tempo che lo tenevo d’occhio ma sono sempre stato una di quelle persone che decide di comprare un libro non per arricchire la propria libreria così alla cazzo perchè fa figo avere  libri fin dentro la lavatrice, ma solo quando ne vengo attratto magneticamente.
Quando comprai “Instant Love” lo divorai nel vero senso della parola e cominciai con il passaparola di questo libro dove una amicizia un po’ particolare tra i tre protagonisti mette in discussione un rapporto di coppia. Il tutto arricchito dallo strano mondo che fa da sfondo ai protagonisti.
Scrittura veloce ed ironica come piace a me. Finisco il libro e parto con l’esclamazione “Cazzo, e adesso che leggo”?
Per fortuna il mese successivo uscì “Ti seguo ogni notte”. I temi sono gli stessi: l’amore istantaneo ed una passione viscerale che sconvolge la vita del protagonista. C’è sempre un triangolo ma un po’ più gestibile. Almeno nella teoria.
Finito anche questo libro ricaddi nella rota totale. Trovai vari sostituti tra cui Matteo B Bianchi ma nel cuore avevo sempre Luca Bianchini.
L’uscita successiva fu la biografia autorizzata di Eros Ramazzotti. Triplo vomito carpiato.
Lasciai anche uno dei pochi commenti negativi che dovrebbe ancora essere visibile sul sito ufficiale. Il fatto è che a me, Eros Ramazzotti, non è mai stato simpatico più di tanto. Ecco perché ogni volta che entravo in libreria stavo lontano anni luce dallo scaffale con quel libro.
Un mesetto fa in posta arriva una mail di Luca Bianchini per avvertirmi dell’uscita, martedì 17 Aprile, del nuovo libro “Se domani farà bel tempo”.
In allegato aveva inserito il primo capitoletto di presentazione di uno dei personaggi: Leonardo Sala Dugnani detto Leon con l’accento sulla “o”, alla francese.
Posto tutto con un ritardo immane, lo so. Ma c’è voluta la carrambata vis a vis con Luca Bianchini per avere l’autorizzazione del seguente copia e incolla ed evitare che la Mondadori mi facesse un culo grosso così.

1.
Se proprio devi morire, è meglio farlo guidando una Cadillac Eldorado.
Mia madre me lo ripete ogni giorno. Peccato che noi non abbiamo mai avuto una Cadillac. A casa nostra abbiamo distrutto solo Mercedes, le migliori, due Porsche, una Lamborghini Diablo, un’Aston Martin e il mio maggiolino, tre volte. Ah, naturalmente anche la Panda per il personale di servizio, quando la prendevo di nascosto prima di avere la patente. Mia madre vuole che i camerieri abbiano sempre un’auto riconoscibile, e ha scelto il Pandino perché crede che metta loro allegria.
Come avrete capito, siamo una famiglia che ama la velocità, le belle macchine e le buone maniere. La capofamiglia, in particolare: potrebbe scrivere un saggio sul cenno con cui a tavola rifiuta da bere, anche se è un gesto che non compie quasi mai. E il modo in cui si asciuga la bocca prima di sorseggiare il suo Chevalier-Montrachet? Impeccabile e insopportabile, come è lei la maggior parte del tempo.
Ma non l’ho mai odiata quanto quella mattina, quando spalancò la porta di camera mia e mi trovò con la sigaretta accesa e gli occhi spenti. Ero veramente sotto, sottissimo, e lei riuscì a farmi solo un’unica, drammatica domanda:

- Ti hanno di nuovo ritirato la patente?

Non le interessava la risposta – in cuor suo forse sapeva che era una domanda del cazzo – ma in quel momento aveva una fremente priorità: l’open day a scuola di Maria Lorena, la mia sorellina-sorellastra: sette anni e mezzo, erre moscia come la mia, apparecchio colorato, un’ammirazione proibita per le Winx, una chiara inattitudine per la danza classica e tendenza a parlare di soldi come quel tirchio di suo padre. Però in fondo ho sempre voluto bene, alla mia Lola, e le avevo promesso che sarei andato a vederla al suo ultimo giorno all’International School. Lei e i compagni avevano fatto con le loro manine oggetti che sarebbero stati battuti all’asta tra i genitori. Profitti in beneficenza per la costruzione di una scuola in Africa, sai che novità.
Era una mattina di giugno senza sole, con grandi nuvole che intasavano il cielo di Milano come il traffico cittadino. Io avevo un solo, grande desiderio: essere investito da una macchina appena uscito di casa, magari una Cadillac Eldorado. Quella sì che sarebbe stata una grande morte. Poi vedere mia madre che mi scorge dalla finestra con il gessetto bianco intorno, e mi piange per un attimo da lì, prima di pensare a quale cappello mettersi per il funerale. E poi cosa scrivere sui biglietti di ringraziamento? E come dare l’annuncio ai giornali per fare sapere che “non fiori, ma opere di bene alla Rockefeller Foundation”? Uh, quanti problemi se muoio per una madre come la mia.
Anita mi aveva lasciato quella mattina. Dopo tre anni, due mesi, sette giorni e una manciata di ore, forse sei. E sentivo che non sarebbe più tornata indietro. Me n’ero accorto dal modo in cui aveva chiuso la porta, senza un attimo d’indecisione, senza nervosismi, senza nessun cedimento delle gambe. Un colpo secco e stop, il passato alle spalle.
Aveva trovato un sasso nel bagno, la sera prima. Era andata su tutte le furie, delusa e alterata come ogni volta che una discussione si ripete – quando si litiga spesso, si litiga sempre nello stesso modo, con le stesse dinamiche, con le medesime pause – e mi aveva supplicato di lasciarlo lì, quel sasso, almeno per un giorno.
Non c’ero riuscito. Non ci sarei mai riuscito.
Al mattino, dopo una notte insonne per entrambi, aveva fatto un’inutile doccia di riflessione, si era preparata per andare a catalogare i suoi Pistoletto da Sotheby’s e mi aveva detto:

- Non siamo più uguali, Leon.

Io ero troppo fatto per capire, prima che per dire qualcosa, e le avevo risposto ’fanculo-tu-e-i-tuoi-quadri senza conoscere il significato di quella sequenza. Avevo un gran mal di testa per starmi a sentire, e soprattutto per ascoltare il suo addio senza lacrime. Ma quando un paio d’ore dopo ho rivisto la foto farsi più nitida, ho capito che Anita non sarebbe più tornata sui suoi passi. Ed è stato lì che gli Stones hanno iniziato a cantare “Angie” nella mia testa. Ed è stato lì che mia madre ha fatto irruzione in stanza con il fottutissimo open day di Lola:

- Per l’asta dei ragazzi ci raggiunge anche Pierandrea, perciò vedi di ricomporti che tra poco passa a prenderci Amedeo. Quindi anche se non hai la patente non importa.
- …
- E ricordati la camicia.

Ventisette anni. Ventisette anni a sentire ricordati-la-camicia e non sapere mai come ribattere. Mi guardai allo specchio cercando di ricompormi. Le regole, innanzitutto le regole. Le regole che mi avevano tramandato, quelle che mi avevano schiacciato. Le regole che mi avevano permesso fino a quel giorno di non lavorare.
Vivere era il mio lavoro, ed era un lavoro che non mi piaceva più di tanto. Soprattutto quella mattina di giugno – maledetto giugno, che dio ti fulmini, e ti trasformi in un novembre piovoso che nemmeno l’Irlanda – in cui a tutto avrei voluto pensare tranne che vedere mia madre a un’asta delle scuole elementari. Conoscete punizione peggiore per uno che è appena stato lasciato dalla donna più bella di Milano? A parte restare bloccati in ascensore con un portavoce del Vaticano, intendo. Ma alla fine la camicia la misi. Una camicia di Caraceni con le mie belle iniziali incise tono su tono: LSD. Leonardo Sala Dugnani. Leon per gli amici (con l’accento sulla “o”, alla francese).
Un ragazzo smarrito davanti a se stesso, questo ero, ma ancora in grado di ammettere il proprio sex appeal. Ora, non perché sia io, ma non si può proprio dire che sono un brutto ragazzo: ho occhi chiari, un naso appena deviato, capelli corti e scuri che taglio da solo, quasi a scodella, due fossette che m’illuminano il sorriso, un fisico tonico e tre tatuaggi. Fossi una donna cederei subito al mio fascino, insomma. A meno che scoprissi il significato del mio tatuaggio preferito, una specie di simbolo orientale, che per anni ho creduto volesse dire “Lunga vita felice”. In realtà, una volta un cinese mi rivelò che significava “Nuvolette di drago a tremila lire”.
Ancora adesso non riesco a farmene una ragione.

Il libro è stato chiaramente divorato a tempo record e mi è piaciuto tanto che avrei un mini progettino per un giretto alla fattoria del colle a Trequanda. Qualcuno che vuole venire con me?

Sagi Rei: Emotional songs vol. 2

In genere ciascun post ha una vita abbastanza breve. Quando viene sostituito da uno nuovo, il vecchio perde interesse. Il recente attira nuovi commenti lasciando il vecchio in secondo piano. Poi, con il passare del tempo, finisce nel dimenticatoio e chi si è visto si è visto.
Una cosa strana sta succedendo per il post "Sagi Rei – il mio nuovo mito personale", dove a distanza di mesi, ogni tanto ritrovo nuovi commenti così come mi arrivano email per avere notizie su di lui, sui testi ormai perduti delle canzoni che canta o ogni altro tipo di news.
Per chi ancora non lo conoscesse Sagi Reitan nasce a Tel Aviv da genitori musicisti. Ben presto abbandona la sua città natale per le capitali europee per confrontarsi con nuove realtà e, nel contempo,  migliorarsi musicalmente. Nella metà degli ’90 arriva in Italia dove comincia a frequentare senza successo la facoltà di medicina all’Università di Brescia e, contemporaneamente, comincia ad esibirsi prima in un coro gospel per poi affrontare la scena da solista esibendosi in molti locali del nord Italia.
Ed è in una di queste serate che Sagi viene notato da Cristian Piccinelli, produttore a livello internazionale, che lo presenta a Fargetta, ai proprietari dell’etichetta “Melodic” Diego Abaribi e Mauro Marcoli e a Max Moroldo della “Do It Yourself”.
Ed è grazie a loro nasce l’idea di unire l’anima dance a quella pop con soli strumenti acustici e voce: nasce nel 2006 “Emotional Songs”, 12 cover di brani che hanno fatto la storia della dance anni 90. L’album, a mio avviso bellissimo, viene accolto molto bene e, dopo poco, pubblicato in 15 paesi.
Ora ci riprova con “Emotional Songs vol. 2” che raccoglie altre 14 cover brani che hanno fatto storia. E se tanto mi da tanto, conviene fare una corsa a comprarlo.

La tracklist
1. CRYSTAL WATERS – Gipsy Woman (She’s Homeless)
2. TINA CHARLES – I Love To Love
3. JOE SMOOTH – Promised Land
4. EVERYTHING BUT THE GIRL – Missing
5. BOBBY BROWN – Two Can Play That Game
6. ALCAZAR – Crying At The Discoteque
7. LIVIN’ JOY – Don’t Stop Movin’
8. SUPERMEN LOVERS – Starlight
9. MOLOKO – Sing It Back
10. DEAD OR ALIVE – You Spin Me Round (Like A Record)
11. BOYS TOWN GANG – Can’t Take My Eyes Off You
12. MODJO – Lady
13.
ACE OF BASE – All That She Wants
14. LA BOUCHE – Sweet Dreams

Su MySpace trovate il suo sito ufficiale dal quale è possibile ascoltare in streaming quattro tracce. Perché se prima non si era nessuno se non si aveva un sito o un blog, oggi non sei nessuno se non hai MySpace.
D’altra parte Mika insegna che la ricetta per avere successo è semplice: Un pezzettino di spazio sul web, una massiccia dose di talento e una grande botta in culo ben assestata. Quindi, in linea di principio, tutti possono avere successo.

Per noi non è mai iniziato e non finirà  mai

Sperduto in quelle lande desolate di Castel Morrone in provincia di Caserta si è tenuto al Palamaggiò il “Soundtrack Tour 2007 di Elisa. Dopo quattro o cinque tentativi di andarla a vedere ogni qual volta si trovasse nella mia zona, sono finalmente riuscito ad andare ad un suo concerto con un biglietto che più last minute non si poteva.
In passato infatti, a causa di scazzi vari dovuti a personaggi improbabili che hanno transitato dalle mie parti e piacevoli come un dito al culo, hanno fatto si che perdessi ogni sua singola data.
Ma torniamo al concerto. Elisa è bravissima. Canta due ore e più quasi tutti i suoi successi. Non stecca una nota, non sputa a terra manco un secondo, beve come un cammello e non ne sbaglia una. A parte a fine concerto dove si dimentica una riga di testo di una canzone e, mettendosi a ridere, si fa aiutare dal pubblico. Bei video alle spalle e bei giochi di luce che creano atmosfera quando serve. Una cosa negativa forse è il poco utilizzo del gospel che più di una volta viene relegato a mò di coro di Sister Act con tanto di coreografia con le manine in aria anziché inserirlo in una bella canzone e fare i buchi a terra.
La cosa che colpisce di Elisa è che si diverte mentre canta. Non è come Carmen Consoli che arriva, canta, al massimo dice un solo “grazie” a metà concerto, ti piscia in faccia, va via e la devi anche ringraziare genuflesso e adorante [un pò come per madonna, eh]. Quello che fa le piace e la cosa si nota lontano un miglio e anche live si ritrova la stessa timidezza con cui la si vedeva sul palco di SanRemo o al Festivalbar.
In un paio di momenti, “Almeno tu nell’universo” su tutti anche se “Una poesia anche per te” non ci scherzava mica, stava per scendere una lacrimuccia, ma come giustamente faceva notare una certa personcina era meglio “non piangere troppo, che poi le frociazze ti sentono tirare su col naso e fai una figuraccia!”. Anche perché il Palamaggiò era praticamente un anticipo del gay pride nazionale in trasferta a Castel Morrone o, più semplicemente, una serata al Kapsula. Il tutto incredibilmente sobrio però.
Nota di merito va al coraggio del ragazzo poco distante da me che ha ben deciso di affrontare la serata scendendo di casa con la muta da sub. Scelta di avanguardia che evidentemente noi comuni mortali non possiamo ancora comprendere nella sua totalità.
Che dire altro se non che la mia attesa è stata più che premiata e aspetto Elisa per un concerto più intimo, tipo in un teatro, per una versione acustica di questo tour?
Chiaramente, a parte i due video sotto, potete andare sul mio account YouTube per vedere qualcos’altro.


               Una Poesia Anche Per Te                                         Eppure Sentire

Jay Brannan

Con ritardo immane sono riuscito a vedere ShortBus. Anzi, diciamo le cose come stanno. E cioè che il film l’ho visto ma mi mancano i 20 minuti finali.
Qualcuno si chiede il perchè? No? Io ve lo dico lo stesso.
In principio scaricai la versione americana perchè nessuno volle andare al cinema con me, dopo oltre un mese che gli americanini mi tenevano bloccato al 99.5% decisi di mandare tutti a fare in quel posto ed eliminare il file. Ci riprovai con la versione italiana ma l’audio non partiva nonostante tutti codec di questa terra. Mi feci prestare la sua copia dallo Zingaro Molesto e anche lì lo stesso problema. Questa settimana ho comprato Panorama col dvd visto che mi sembrava uno spreco regalare 22 euri alla Fnac e anche lì gli ultimi 20 minuti si blocca tutta la madonna. Ho cambiato lettore dvd e fa lo stesso problema. Ho provato sul terzo lettore e manco per il sasiccio.
Credo che a questo punto potrò anche rassegnarmi.
Visto che mi mancano gli ultimi minuti non posso fare una recensione perchè si sa che il finale può far cambiare completamente il giudizio su un film. Si si come no. Proprio come “Abandon”.
A parte questo devo però dire che ho piacevolmente scoperto l’esistenza di un tipetto proprio non male. Si tratta di Jay Brannan, il ragazzo che nel film si inserisce nel rapporto di una coppia gay in crisi. Memorabile l’immagine di lui a 90° che, mentre esegue un rapporto orale, si fa cantare a squarciagola l’inno nazionale nell’ano.
A parte questo dettaglio, il ragazzo non è niente male e nella vita vuole fare non tanto l’attore quanto il cantante. Tant’è che anche nel film canta, chitarra alla mano, una canzone scritta da lui: “Soda Shop”.
Sono tre giorni che, a parte l’esaurimento nervoso, la canto ininterrottamente. Girando per il web ho scoperto che Jay ha invaso un po’ tutta la rete cercando in ogni modo, e fa benissimo, di farsi pubblicità.
Ha un proprio sito, ha un profilo su MySpace dove sentire in streaming alcuni brani, le sue canzoni sono disponibili su iTunes ed possiede anche un account su YouTube dove canta mezzo nudo in vari luoghi della casa tazza del bagno compreso.
Io lo eleggo a nuovo Mika senza passare dal via.

Se sai le cose, sei libero

E così dopo aver sconfitto l’esercito carampanico sono riuscito a vedere “Uno su Due”, il nuovo film di Fabio Volo. Cheddueppalle direte voi. E avete pure ragione. Ma che ci volete fare se saltuariamente tanto entro in botta con qualcuno? Poi di tanto in tanto è bene lasciare il tempo affinché la  bile si riformi copiosa per essere utilizzata i futuro al massimo delle proprie potenzialità.
Il film è ambientato interamente a Genova e parla di Lorenzo (Fabio Volo), un avvocato rampante che dalla vita riesce, con tanta determinazione, ad avere tutto ciò che ha sempre desiderato: un lavoro che lo appaga, una casa dove ritrovarsi con gli amici, un buon conto in banca ed una fidanzata modello invidiata da tutti.
Va tutto per il meglio finché, dopo una vittoria in tribunale, si accascia sull’asfalto privo di sensi. Si affaccia il tema centrale del film ossia quella della malattia in una sospensione tra vita e morte in attesa dei risultati delle analisi dove Lorenzo comprende che nella vita sono le piccole cose a fare la differenza: come l’odore del caffè, una bella cacatella o la riscoperta di valori che oramai tutti abbiamo abbandonato e che si è sempre in tempo per non buttare via tutto e cominciare a vedere tutto in modo diverso.
Lo so che sono di parte ma ammetto che Fabio Volo è sempre una scoperta: nei suoi precedenti film recitava più o meno sempre lo stesso personaggio del pagliaccio trentenne, ora invece riesce ad uscire totalmente da suo solito personaggio per rimanere in perfetto equilibrio fra dramma e ironia senza mai esagerare. Bravo bravo bravo.
A fare da cornice c’è un ottimo cast formato da Ninetto Davoli scoperto ai tempi di Pier Paolo Pasolini, una rediviva Agostina Belli e la solita Anita Caprioli.
Curiosità: Fabio Volo, nella scena del parapendio, sviene realmente così come testimoniato dal video su YouTube che la produzione ha pensato bene di condividere con il pubblico.
Insomma, ll film non è male…è solo di una tristezza devastante dato che proprio il titolo
indica la probabilità che un tumore al cervello sia benigno/maligno ossia quella che ha Lorenzo di salvarsi.
E’ chiaro che se siete sull’angosciato andante conviene che dirottiate verso “Arthur ed il popolo dei Minimei”.